Enrico Bonetto

Lean & Agile per chi costruisce cose complesse

La conoscenza rende liberi. Ma non nel modo in cui pensiamo.

Per molti anni ho creduto a una frase che tutti conosciamo.

Sapere è potere.

Non era una frase sbagliata.

Era una frase incompleta.

Per molto tempo ho pensato che conoscere di più significasse controllare di più. Prevedere meglio. Ridurre gli errori. Rendere la crescita più governabile.

Poi la realtà mi ha insegnato qualcosa che nessun libro aveva saputo spiegarmi.

La conoscenza non elimina l’incertezza.

La rende visibile.

Da allora ho iniziato a guardare le organizzazioni in modo diverso. Ho smesso di pensare alla conoscenza come a qualcosa da accumulare e ho iniziato a vederla come un luogo da attraversare.

Un luogo con quattro spazi.

1. So di sapere

È il patrimonio.

Sono gli standard, l’esperienza, le competenze consolidate, tutto ciò che permette a un’organizzazione di non ripartire ogni giorno da zero.

È la memoria collettiva.

Va custodita.

2. So di non sapere

È il luogo delle domande.

Sono i rischi dichiarati, le ipotesi ancora da verificare, i limiti che riconosciamo senza vergogna.

Ogni ricerca, ogni esperimento, ogni vero miglioramento nasce qui.

Va rispettato.

3. Non so di sapere

È il patrimonio invisibile.

Le competenze che esistono ma non circolano.

Le intuizioni che rimangono nelle persone.

Le esperienze che nessuno ha ancora trasformato in conoscenza comune.

Quante organizzazioni sono più ricche di quanto credano?

Va fatto emergere.

4. Non so di non sapere

È il territorio che spesso cerchiamo di evitare.

Le sorprese.

Gli imprevisti.

Le convinzioni che si rivelano sbagliate.

Le innovazioni che arrivano da una direzione inattesa.

È il luogo più scomodo.

Ed è anche quello da cui impariamo di più.

Va accolto.


Per molto tempo ho pensato che una buona organizzazione dovesse ridurre il più possibile quest’ultimo spazio.

Oggi credo il contrario.

Una grande organizzazione non elimina nessuno di questi quattro spazi.

Impara ad abitarli tutti.

Custodisce ciò che sa.

Dichiara ciò che non sa.

Fa emergere ciò che possiede senza accorgersene.

Trasforma le sorprese in nuova conoscenza.

Per questo oggi non direi più che sapere è potere.

Direi che la conoscenza amplia lo spazio delle possibilità.

Ci rende più liberi di scegliere.

Non ci dice quale scelta sia giusta.

Quella dipende dai nostri valori, dalla responsabilità che ci assumiamo e dallo scopo che perseguiamo.

Ma senza conoscenza molte di quelle scelte rimangono semplicemente invisibili.


Se domani dovessi facilitare una riunione di direzione, probabilmente inizierei così.

Disegnerei una croce su una lavagna.

Scriverei nei quattro quadranti:

  • So di sapere.
  • So di non sapere.
  • Non so di sapere.
  • Non so di non sapere.

E farei una sola domanda.

Quale di questi quattro spazi stiamo trascurando?

Non chiederei quali problemi abbiamo.

Non chiederei nemmeno quali obiettivi vogliamo raggiungere.

Perché sono convinto che la qualità delle decisioni dipenda, prima di tutto, dalla qualità dello spazio della conoscenza in cui ci troviamo.

La maturità di un’organizzazione non si misura dalla quantità delle sue certezze.

Si misura dalla capacità di dare valore a tutte le forme della conoscenza.

Perché la libertà non nasce dal sapere tutto.

Nasce dal continuare a imparare.

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