Enrico Bonetto

Lean & Agile per chi costruisce cose complesse

Mettere l’ascolto a processo.

C’è un obiettivo che una cliente sta perseguendo e che trovo, nel senso più concreto del termine, nobile.

Non perché sia particolarmente sofisticato.

Ma perché parte da una domanda che molte organizzazioni danno troppo facilmente per risolta:

come facciamo a integrare davvero l’ascolto nei nostri processi?

Non sto parlando dell’ascolto come formula elegante da inserire in una presentazione sulla customer centricity.

Sto parlando di qualcosa di molto più banale e, proprio per questo, molto più difficile: riuscire, dentro un’azienda tecnologicamente complessa, a trasformare bisogni complessi in informazioni accessibili, condivise e utilizzabili da chi deve prendere decisioni.

Il contesto aiuta a capire la difficoltà.

Parliamo di un’azienda che sviluppa macchine tecnologiche. Prodotti che non sono semplicemente oggetti, ma sistemi: componenti, software, prestazioni, condizioni operative, interfacce, funzionalità e compromessi che devono lavorare insieme.

Anche il bisogno del cliente, quindi, raramente arriva sotto forma di una frase semplice.

È distribuito.

È tecnico.

È operativo.

Spesso è implicito.

E soprattutto ha una caratteristica particolare: quando il prodotto funziona davvero bene, il cliente quasi non si accorge della tecnologia che c’è dietro.

Se ne accorge quando qualcosa non funziona.

Quando una macchina si ferma.

Quando una prestazione non è quella attesa.

Quando l’integrazione diventa difficile.

Quando una promessa fatta in fase commerciale si scontra con la realtà operativa.

È un paradosso interessante.

Per moltissimi prodotti tecnologici, una parte del valore consiste proprio nel riuscire a scomparire.

Devono semplicemente funzionare.

Qualcuno potrebbe obiettare che studiare i bisogni dei propri clienti sia normale. Che faccia semplicemente parte del lavoro.

Ed è vero.

Ma non credo affatto che sia scontato farlo bene.

Siamo naturalmente attratti da ciò che possiamo vedere, progettare e migliorare direttamente.

La mattina, quando entriamo in azienda, è molto più facile pensare alla nuova funzionalità, alla nuova macchina, alla nuova soluzione tecnica, al problema da risolvere.

Molto meno naturale è domandarsi:

che cosa deve succedere perché il nostro prodotto faccia così bene il proprio lavoro da non farsi quasi notare?

Sembra quasi l’opposto della logica tradizionale di prodotto.

E invece, per molte tecnologie, è esattamente lì che si trova una parte importante del valore.

Per questo considero particolarmente interessante il passo successivo che questa azienda sta cercando di fare.

Non semplicemente “ascoltare di più”.

Ma mettere l’ascolto a processo.

Fare in modo che la voce del cliente possa entrare nell’organizzazione, attraversarla e diventare parte delle decisioni di sviluppo.

Che non rimanga nella memoria di chi ha partecipato a una visita.

Che non sia confinata nel CRM.

Che non appartenga soltanto al commerciale, al service o al product manager.

Che un bisogno emerso oggi possa diventare domani un criterio di progettazione, una scelta architetturale, una priorità di sviluppo o magari la decisione consapevole di non sviluppare qualcosa.

In altre parole: trasformare l’ascolto in flusso.

Ed è qui che, secondo me, cambia tutto.

Perché quando la conoscenza del cliente diventa accessibile alle persone che progettano, vendono, industrializzano e assistono il prodotto, non stiamo semplicemente raccogliendo meglio delle informazioni.

Stiamo aumentando la capacità dell’organizzazione di vedere.

E un’organizzazione che vede meglio può scegliere meglio.

Ma questa esperienza mi ha lasciato anche qualcosa di più personale.

A forza di parlare di ascolto, mi sono accorto di quanto anch’io, in certi momenti, ascoltassi meno di quanto pensassi.

Di quanto sia facile entrare in una conversazione con una propria struttura mentale già pronta, con una soluzione implicita, con un’ipotesi da verificare.

E di quanto sia invece difficile fare davvero spazio a ciò che arriva.

Detto in maniera molto semplice: parlare con loro di ascolto mi ha costretto ad ascoltare di più.

Anche questo, per me, è stato parte del valore del lavoro fatto insieme.

Per questo il sentimento con cui chiudo non è soltanto di apprezzamento professionale.

È gratitudine.

Gratitudine per un’esperienza che mi ha aiutato a vedere meglio anche alcuni dei miei automatismi.

E gratitudine per il coraggio di qualcuno, dentro quell’azienda, che ha deciso di porsi un obiettivo tutt’altro che banale: non dare per scontato di conoscere il cliente, ma costruire un sistema capace di continuare ad ascoltarlo.

Quindi sì: chapeau.

Per l’obiettivo, prima ancora che per la soluzione.

Perché a volte le trasformazioni più importanti iniziano proprio così: da qualcuno che decide di fare sul serio una domanda che tutti pensavano di avere già risolto.

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