
Nelle aziende di medie dimensioni incontro spesso persone straordinariamente capaci di inventare prodotti.
Un’intuizione, qualche bravo progettista, un imprenditore che ci crede, un po’ di sana ostinazione e il prodotto prende forma.
Funziona, piace ai clienti, si vende.
La ciambella è riuscita col buco.
A questo punto, incoraggiati dal successo, decidiamo di farne cento.
E cominciamo a organizzarci.
Assumiamo altri progettisti, inseriamo nuove competenze, creiamo qualche responsabilità in più. Il commerciale continua a raccogliere richieste, la progettazione sviluppa soluzioni, la produzione cerca di costruirle.
Tutti molto impegnati, tutti piuttosto competenti.
Nel frattempo il prodotto cresce per conto suo.
Il commerciale conosce benissimo le richieste dei clienti. La progettazione sa cosa si può realizzare. La produzione conosce i problemi che quelle soluzioni creano.
Ognuno possiede un pezzo della storia.
Per conoscere la storia completa bisogna organizzare una riunione. Possibilmente con tutti, perché manca sempre qualcuno che sa qualcosa di indispensabile.
Ecco, cominciamo a intravedere un problema.
Poi arrivano le varianti.
Un cliente vuole una modifica. La facciamo.
Un altro ne vuole una simile, ma non proprio uguale. Facciamo anche quella.
Un terzo vorrebbe qualcosa che abbiamo già sviluppato due anni prima, ma nessuno ricorda esattamente per chi.
Nel dubbio, ripartiamo dal disegno.
Dopo qualche anno il catalogo è diventato una specie di archivio storico delle richieste commerciali.
Ci sono prodotti che vendiamo regolarmente, altri che vendiamo raramente e altri che conserviamo con affetto. Non si sa mai.
Ogni variante ha una sua giustificazione. Il problema è che nessuno ha mai sommato il costo di tutte quelle giustificazioni.
E così continuiamo ad aggiungere complessità, spesso senza distinguere quella che crea valore da quella che semplicemente occupa spazio, tempo e capacità.
A questo punto entra in scena la tecnologia.
Perché, naturalmente, abbiamo bisogno di strumenti migliori.
Compriamo una piattaforma per gestire i progetti, una per raccogliere le richieste, un’altra per coordinare le attività.
Qualche volta scegliamo anche strumenti eccellenti.
Solo che abbiamo una certa tendenza a comportarci come chi ha comprato un martello nuovo: improvvisamente la casa sembra piena di chiodi.
Cominciamo a organizzare il lavoro in funzione di ciò che lo strumento permette di fare.
Creiamo stati, flussi, campi obbligatori, autorizzazioni.
Ora possiamo sapere con precisione chi sta lavorando a una richiesta e da quanti giorni.
Rimane un po’ più difficile capire perché quella richiesta sia stata accettata e che cosa porterà al prodotto.
Ma abbiamo fatto progressi. Almeno le notifiche arrivano puntuali.
È qui che mi interessa il Product Management.
Non come nuova professione da aggiungere all’organigramma. Di persone ne abbiamo già aggiunte parecchie.
Mi interessa come funzione di governo del prodotto.
Nelle aziende con cui lavoro il punto è collegare stabilmente ciò che il mercato chiede, le scelte che l’impresa compie, la capacità di realizzarle e i risultati che ne derivano.
Significa avere un modo riconoscibile per decidere quali bisogni affrontare, quali sviluppi finanziare, quali varianti mantenere e quali lasciar perdere.
Significa anche verificare periodicamente se le decisioni prese abbiano prodotto qualcosa di utile, prima di impegnarsi in altre dieci iniziative.
Non è un’attività che può vivere soltanto nella testa dell’imprenditore o nell’agenda del responsabile tecnico.
E non si risolve necessariamente nominando un Product Manager.
Nelle medie imprese può essere una responsabilità distribuita tra più persone. Ma il processo che collega bisogni, decisioni, sviluppo e risultati deve funzionare come un insieme.
Altrimenti ogni funzione continuerà a fare bene il proprio mestiere, producendo occasionalmente risultati piuttosto discutibili per l’azienda nel suo complesso.
Torniamo alle nostre cento ciambelle.
Forse, prima di assumere altri pasticceri, ampliare il laboratorio e comprare un forno collegato al gestionale, converrebbe capire qualcosa in più della ricetta che ha funzionato.
Magari scopriremmo che possiamo farne cento con pochi ingredienti ben scelti.
O che i clienti ne vogliono soltanto tre tipi.
Sarebbe un’informazione interessante.
Soprattutto per chi sta per comprare il forno.
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